“Temiamo che le previsioni di crescita del Pil del Governo all’1,5% a fine 2019 siano troppo ottimistiche. Lo scenario internazionale si sta complicando, non solo per l’Italia. E se altri Paesi faranno fatica a raggiungere livelli così alti di incremento della produzione, non vediamo come possa riuscirci un’economia italiana ancora troppo ancorata a zavorre su cui le disposizioni allo studio per la prossima manovra di bilancio rischiano di non incidere. Non si vedono nei provvedimenti annunciati quelle risorse necessarie ad accompagnare le imprese verso percorsi di sviluppo. Eppure sono proprio le imprese le uniche realtà a poter generare lavoro, crescita e benessere”.
Il Presidente dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, Riccardo Comerio, dà voce al crescente malessere che si registra tra le imprese manifatturiere e del terziario avanzato del territorio, uno dei più industrializzati d’Italia.
Preoccupazioni generali e diffuse emerse anche di recente durante l’ultima riunione del Consiglio Generale dell’Unione Industriali.
“Gli imprenditori della nostra compagine associativa, per il 90% rappresentata dalla Piccola Industria, temono che ci sia una sottovalutazione delle esigenze del sistema produttivo e, allo stesso tempo, una sopravvalutazione degli impatti che una manovra così concepita possa avere sull’economia, soprattutto nel breve periodo. Facciamo un esempio: quello degli investimenti in infrastrutture. Le disposizioni previste vanno bene, ma avranno effetti solo nel lungo periodo, soprattutto se pensiamo ai tempi di avvio e realizzazione delle opere pubbliche nel nostro Paese. Basare le previsioni di crescita nel 2019 sulle conseguenze positive di un piano di investimenti infrastrutturali rischia di essere un azzardo”.
Per Riccardo Comerio tra le misure annunciate, sono poche quelle che possono garantire effetti benefici sui livelli produttivi e occupazionali: “Il Decreto Dignità che rende più difficile alle imprese di assumere. La contro-riforma delle pensioni che mette a rischio la tenuta dei conti pubblici. Il reddito di cittadinanza, che giustamente tiene conto di un’esigenza sociale, ma che così concepito ha troppo il sapore dell’assistenzialismo. Interventi troppo limitati sulla pressione fiscale. Tutto questo rischia di mettere a repentaglio, ancor prima che la credibilità dell’Italia in Europa, lo sviluppo di un tessuto produttivo in profonda trasformazione e che deve competere nel mondo. Con questa politica non si accompagnano le imprese sui mercati, ma le si tiene ancorate a preoccupazioni ataviche per un Sistema Paese che rimane inefficiente a causa di una giustizia civile troppo lenta, di una burocrazia asfissiante, di un carico fiscale con pochi paragoni a livello internazionale”.
Il risultato per Comerio è semplice: “Questa politica economica potrebbe non essere sufficiente a far fronte ad un clima internazionale che si fa sempre più preoccupante per il sistema manifatturiero. C’è bisogno di prevedere interventi per liberare le energie positive dell’industria italiana e per tutto l’indotto che intorno ad essa prospera. Altrimenti la conseguenza sarà un rallentamento di quella crescita che pensavamo di aver finalmente avviato, ma che ora, per motivi a noi esterni, viene messa a repentaglio. Chiediamo al Governo di guardare con più attenzione a questo scenario globale mutevole e preoccupante”.
Meglio sarebbe per l’Unione Industriali, dunque, puntare su altri provvedimenti. Per esempio:
  • la conferma, rendendoli strutturali, gli incentivi agli investimenti in industria 4.0, proprio perché come abbiamo visto stanno funzionando;
  • la previsione di crediti di imposta a favore degli investimenti in ricerca per spingere sullo sviluppo del sistema manifatturiero;
  • la riduzione del costo del lavoro per i giovani da inserire nel mondo del lavoro;
  • la riduzione del cuneo fiscale attraverso un taglio strutturale dei premi Inail e della contribuzione sociale;
  • la detassazione e decontribuzione dei premi di risultato per accelerare lo scambio salario-produttività.
“Un Paese così manifatturiero come l’Italia con tante imprese che operano a livello globale ha bisogno più di altri di investire sulla propria credibilità internazionale. Dobbiamo diventare una volta per tutte un Paese normale rispettato perché ritenuto affidabile. La reputazione di una nazione però è strettamente legata alle scelte di politica economica”.