Varese vs Italia: situazioni economiche a confronto

 

Gli ultimi dati che certificano lo stato di profonda difficoltà in cui la pandemia di Covid-19 ha fatto sprofondare l’economia italiana sono quelli recentemente pubblicati dalla Commissione Europea e dall’Istat. Secondo Bruxelles l’Italia si deve attendere un calo del Pil nel 2020 pari a -11,2%. Si tratta del dato peggiore in Europa. Nessuno fa peggio di noi. Il calo nell’area Euro si attesterà infatti a una media di -8,7%. Confronto a quello tedesco, che si fermerà a un -6,3%, il ridimensionamento del prodotto interno lordo italiano prende le forme di un vero e proprio tracollo dalle dimensioni doppie rispetto a quelle di Berlino. E non sono certo di conforto il -10,6% della Francia o il -10,9% della Spagna. In più l’Istituto di Statistica ha messo in guardia sul fatto che entro un anno è a rischio la sopravvivenza di una impresa su tre con la conseguente potenziale perdita di 800mila posti di lavoro nel solo settore ricettivo di alberghi e ristoranti. Questa la situazione del nostro paese. Ma qual è lo spaccato varesino di fronte a questo scenario? A rispondere alla domanda è una serie di analisi comparate “Varese vs Italia” effettuate dall’Ufficio Studi dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese.

Commercio Estero: il rallentamento è iniziato prima della pandemia

Nel primo trimestre dell’anno (ultimo dato disponibile) l’export della provincia di Varese è calato del -3,9% (fermandosi a 2,4 miliardi di euro) contro una contrazione meno consistente sul piano nazionale, dove la flessione registrata è stata nell’ordine di un più contenuto -1,9% (per un valore di 112,6 miliardi di euro). Differenze sono state riscontrate anche nell’andamento delle importazioni che a Varese sono aumentate del +6,3%, mentre in Italia sono scese del -5,9%. Risultato: un saldo della bilancia commerciale che a livello locale, pur rimanendo positivo per 527 milioni, è peggiorato del -27,9%, mentre a livello nazionale è migliorato con un +51,3% (+12 miliardi). I dati, fermandosi a fine marzo, incorporano solo in piccola parte lo scenario di crisi da Covid-19, c’è dunque da aspettarsi flessioni ben più consistenti a chiusura del secondo trimestre. Già questo primo spaccato di inizio anno, però, ci può far affermare, non senza preoccupazione, che il rallentamento del commercio internazionale, anche a livello varesino, era già cominciato prima dello scoppio della pandemia.
A livello di settori, in provincia di Varese, fanno eccezione ad uno scenario di generale contrazione delle esportazioni, il comparto “Alimentari e Bevande” che segna un +4% e il chimico-farmaceutico con un +8%, così come avviene d’altronde anche a livello nazionale. Ma a Varese, contrariamente a ciò che avviene nel resto d’Italia, riesce a fare eccezione anche il comparto “Altri prodotti del metalmeccanico” che sul nostro territorio è sinonimo di meccanica strumentale, in crescita sui mercati esteri del 2%. Per il resto si tratta di un lungo elenco di segni meno.
A livello, invece, di Paesi scende dell’1% sia a livello varesino, sia italiano l’export nei confronti del nostro principale partner commerciale: la Germania. Cala anche il flusso di vendite verso il secondo partner per importanza, la Francia. Il dato è più marcato, però, a Varese con un -9%, rispetto al più contenuto -3% nazionale. Da segnalare il -32% del made in Varese nei confronti della Cina, primo Paese a entrare in lockdown, che rischia di far da termometro precognitivo di una situazione che si è poi estesa ai vari continenti. Cresce, invece, l’export varesino nei confronti di Gran Bretagna (+2%), Svizzera (+5%), Polonia (+9%), Belgio (+13%).

Mercato del lavoro: la vera emergenza

Il dato sul riscorso delle imprese agli ammortizzatori sociali è impietoso e indica bene quale sia la vera emergenza: il lavoro. In questo caso i numeri sono più attuali e arrivano alla fine di maggio. Nei primi 5 mesi del 2020 le ore autorizzate di Cassa Integrazione Guadagni ordinaria, straordinaria e in deroga sono state pari a 10 volte quelle dello stesso periodo del 2019. Un aumento di oltre l’800% che è più o meno lo stesso livello di incremento che si registra a livello nazionale. Come è possibile vedere dagli istogrammi realizzati dall’Ufficio Studi di Univa, la quantità di ore di aprile e maggio è nettamente superiore a quella che si è registrata in tutti i mesi del 2019 nel loro complesso. Per quanto riguarda lo spaccato per settori, il ricorso ricalca il peso dei singoli comparti nell’economia locale, con la maggior concentrazione delle ore in quelli più rappresentativi come il metalmeccanico (che si ritaglia una quota del 46% delle ore totali autorizzate), servizi di trasporto e comunicazioni che comprende anche le attività aeroportuali di Malpensa (19%), il tessile e abbigliamento (13%), il chimico-farmaceutico, gomma e materie plastiche (12%). Da notare l’avvio di procedure di cassa anche nel settore alimentari e bevande (2% sul totale) che nello stesso periodo di gennaio-maggio di un anno fa non aveva fatto nemmeno un minuto di riduzione d’orario di lavoro.
A confermare la criticità del momento occupazionale sono anche i dati dell’avviamento al lavoro che in provincia di Varese, nel primo trimestre, sono risultati in calo del -18%, contro un -10% a livello nazionale.

Produzione e liquidità: il problema è la domanda

Le imprese attive in provincia di Varese iscritte alla Camera di Commercio sono risultate in calo del -4,3% nel primo trimestre (a quota 57.790 unità), mentre il loro numero è rimasto sostanzialmente stabile a livello Italia dove si è registrato un -0,3%. Il vero problema è il crollo della domanda nazionale e internazionale iniziato con il diffondersi della pandemia. Il risultato è che in Italia la produzione industriale è calata, nel solo mese di marzo 2020, del -26,5%, con il volume degli ordinativi in picchiata: -52,7%. Non ci sono dati locali direttamente confrontabili. Sta di fatto, però, che l’indagine congiunturale dell’Ufficio Studi Univa ha certificato come la produzione nel primo trimestre sia risultata in calo nel 77% delle imprese varesine. Del 58% la quota delle stesse che ha dovuto fare i conti con ordinativi in calo. Ciò ha portato il grado di utilizzo degli impianti al 70,3%, ossia 12 punti percentuali in meno rispetto allo stesso periodo di un anno fa quando questo indice segnava 82,6%.
Piccoli spiragli sono stati registrati dall’Istat a livello nazionale con una produzione industriale che a maggio risultava in risalita del +42,1% rispetto al mese precedente di aprile. Su base annua, però, rimane un consistente calo del -20,2%. A fare da cartina di tornasole di questo quadro è il consumo energetico delle imprese che, secondo alcuni dati del Consorzio dell’Unione Industriali, Energi.Va, è calato, rispetto agli stessi mesi di un anno fa, del -17,9% a marzo, del -34% ad aprile, del -19,8% a maggio.
E poi l’emergenza delle emergenze: la liquidità. L’Ufficio Studi di Univa ha elaborato i dati varesini di una survey nazionale lanciata da Confindustria a inizio maggio. Il campione locale d’imprese ha evidenziato in 2 casi su 3 problemi nella gestione delle attività aziendali. Tra queste imprese il 66% ha dichiarato una mancanza di liquidità medio/alta, ponendo questa come la vera priorità. Prova ne sono le 1,2 milioni di richieste di accesso alla moratoria per le Pmi prevista dal Decreto Cura Italia registrate dalla Banca d’Italia a livello nazionale a fine maggio, per un valore di 149 miliardi di euro di prestiti e linee di credito.

 

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