All’interno della sezione “Venice Production Brigde” della 78° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dedicata ai professionisti dell’industria cinematografica, c’è anche il film ideato e promosso da Confindustria dal titolo “Centoundici. Donne e uomini per un sogno grandioso”.

“L’industria deve promuovere anche questo strumento, e accettare che registi e sceneggiatori e attori raccontino a modo loro le sfide che industria, imprese e tutti i loro collaboratori, milioni di italiani, devono affrontare. ‘Centoundici’ non è solo un racconto degli effetti che il COVID ha avuto nella scuola italiana, ma evoca la sfida civile che ha portato le imprese a impegnarsi nella ripartenza del Paese come nel dopoguerra. Per assicurare la sicurezza sanitaria sul lavoro, per non sospendere le produzioni, per continuare a dare lavoro e reddito, per vincere le sfide sui mercati, fino a trasformarsi in fabbriche di comunità, mettendo a disposizione le proprie sedi come centri vaccinali”. È così che ha sintetizzato il significato del film il Presidente di Confindustria Carlo Bonomi che si era già affidato alla narrazione cinematografica per riflettere sui grandi temi della contemporaneità in occasione delle sue ultime Assemblee annuali.

Questa volta si tratta di un cortometraggio di Luca Lucini, che vede in scena Alessio Boni, Cristiana Capotondi, Giorgio Colangeli, Adriano Occulto, sul coraggio delle imprese di guardare avanti e sull’impresa di fare cinema. Prodotto da Maremosso e realizzato in collaborazione con Adverteam e Next Group, il film presenta al pubblico uno spaccato di vita vera dei nostri giorni, alternati da “riavvolgimenti” riferiti al passato. Tira le fila della trama la vita di uno dei protagonisti. Vicende personali che permettono di guardare oltre la pandemia con fiducia. Il ricordo va ad un nuovo inizio vissuto nel passato che fa eco a quello attuale segnato dall’emergenza sanitaria e dalla crisi economica, “perché – si legge nella nota stampa – le grandi crisi portano con sé anche grandi opportunità: è l’insegnamento della storia. Bisogna però farsi trovare pronti per restituire fiducia ai giovani e costruire un futuro migliore”.

Il titolo “Centoundici” è un omaggio alle centoundici persone che hanno lavorato alla realizzazione del film: dal regista ai macchinisti, fino a sarte, parrucchieri e truccatrici, in rappresentanza di tutte le figure professionali impegnate, quotidianamente, dietro le quinte e indispensabili alla realizzazione di un prodotto come un film, uno spettacolo o un festival. Persone e famiglie travolte da quasi due anni di pandemia e per le quali il lavoro si è completamente fermato. “Centoundici” sono anche gli anni di Confindustria. Anni di grandi trasformazioni, di creatività italiana, di umanità, che hanno cambiato il volto dell’Italia da paese agricolo a industriale. Anni di grandi sogni nei quali le imprese sono state motore di rinascita e dove il contributo di migliaia di lavoratori, uomini e donne, è stato determinante per la ricostruzione del Paese. Come è successo nel Secondo Dopoguerra, quando tutto era stato devastato e spazzato via ma non la speranza e la voglia di ricostruire un nuovo futuro di prosperità sociale ed economica. È questo che racconta il cortometraggio.

Chiara (interpretata dall’attrice Cristiana Capotondi) è una giovane professoressa delle superiori. La pandemia ha significato per lei doversi confrontare con un modo completamente nuovo di fare il proprio lavoro. Gli manca l’aula, il rapporto con i colleghi, il contatto con gli studenti perché - sottolinea nel film - “una persona insegna anche guardando i ragazzi negli occhi”. Mentre Alberto (Giorgio Colangeli) è un pacato signore di una certa età. L’incontro tra loro avviene in un centro vaccinale ospitato da una grande azienda. Il dialogo tra i due fa emergere assonanze e coincidenze: la capacità delle imprese di essere motore di ripartenza, oggi con la campagna vaccinale così come nel Dopoguerra. Un flashback accompagna il pubblico indietro nel tempo e la memoria va alla seconda metà degli anni Quaranta, quando, di fronte a un paese distrutto dalla guerra, furono proprio gli attori sociali, la Confindustria e i sindacati a concordare un impegno comune: la ripresa delle attività e del lavoro. Va alle donne che, quando tutti gli uomini erano al fronte, hanno portato avanti le fabbriche negli uffici ma anche al tornio, alla catena di montaggio. Va al piano Marshall e all’analogia con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza oggi. Infine, a quello straordinario fermento di idee e alla voglia dilagante di cambiare per costruire insieme un futuro migliore, di sicurezza, di benessere e di pace. Alberto è dunque il simbolo dell’Italia che ha risposto al disastro della guerra mondiale con il lavoro. Lavoro che è attaccamento all’azienda, che è l’emozione di entrare in fabbrica, che è il desiderio di far parte di un mondo nuovo. La speranza di un sogno grandioso per il futuro.

Secondo l’Enpals, solo guardando la prima ondata Covid in primavera, circa 380mila addetti dello spettacolo e della cultura si sono trovati senza lavoro nel nostro Paese. Mentre le industrie culturali e creative hanno perso nel 2020 oltre il 30% del loro volume di affari (“Rebuilding Europe: the cultural and creative economy before and after Covid-19 - Ernst & Young”). Da qui la scelta di Confindustria di essere presente, per la prima volta e su iniziativa del suo Presidente Carlo Bonomi, proprio alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Un palcoscenico unico al mondo per evidenziare il valore delle industrie culturali e creative del cinema, dell’audiovisivo, della musica, dello spettacolo, degli eventi, che sono cultura ma anche impresa; fondamentali per la loro funzione sociale e per la loro portata economica e occupazionale.

Secondo le stime del Centro Studi Confindustria su dati Istat, pre-pandemia l’industria dei contenuti nel 2018 ha creato, sia direttamente sia attraverso la domanda di beni e servizi attivata a monte delle filiere, un valore aggiunto di circa 35 miliardi di euro (2,2% del PIL), e circa 690mila posti di lavoro (2,9% del totale nazionale). I dati riferiti alla sola industria dell’audiovisivo, musica e broadcasting sono rispettivamente 16 miliardi di euro (1,0% del PIL) e 214 mila occupati (0,8% del totale). Circa un terzo sia del valore aggiunto sia degli occupati generati dall’industria della cultura è impiegato in attività direttamente collegate alla cultura, mentre i restanti due terzi appartengono a settori a monte della filiera (come i servizi di consulenza, quelli operativi, di trasporto, le produzioni manifatturiere, immobiliari, etc.). La domanda di attività culturali genera un importante effetto moltiplicatore sull’economia italiana, proprio in virtù di questi forti legami di filiera. Per ogni euro aggiuntivo speso per acquistare prodotti culturali in Italia si attiva un valore della produzione nel Paese di circa 1,9 euro. Questo perché quando cresce la domanda finale di prodotti culturali, a beneficiarne non è solo la produzione di contenuti culturali a cui la maggiore domanda è rivolta direttamente ma anche tutti quei settori che riforniscono le imprese culturali e senza le quali non esisterebbe il prodotto culturale.

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