Unione degli Industriali della Provincia di Varese
Varesefocus

Novembre 2000

 

 

“Senza cozzar dirocco”

E' il motto coniato da Gabriele D'Annunzio per la Caproni, produttrice di bombardieri che, senza attaccare da terra (cozzar), colpivano gli obiettivi (dirocco) dal cielo.

Poeti !!!
il “Vate” ha “lasciato il segno” anche in quel della Malpensa, dettando il motto dell’intrapresa dell’Ing. Gianni Caproni e legando, ancora una volta, la sua fama e le sue passioni alle spericolatezze ed alle veloci novità meccaniche caratterizzanti il nuovo XX secolo.


Tutto è cominciato all’inizio del secolo, quando il trentino Ing. Caproni, da buon tecnico, si mise alla ricerca di un ampio e pianeggiante sito ove poter dal libero sfogo alle proprie necessità progettuali, lontano da cime di monti e nascosto, possibilmente, allo sguardo “occhiuto” dell’aquila bicipite austriaca.
Al visitatore amante di cose antiche, oggi, non è possibile risalire alla primigenia installazione aeronautica in quanto la “cascina Malpensa” – nucleo nativo di “quei pazzi temerari sulle macchine volanti” - si è trasformata nei terminal “UNO” e “DUE” della grande Malpensa.
Ancor oggi però, appoggiate al perimetro aeroportuale dell’hub, si aggrappano le grandi realtà dell’Agusta che vive, lavora e produce nei due complessi di Vizzola Ticino e di Cascina Costa.
Gira e rigira, la storia torna sui suoi passi e le scelte oculate si rivelano sempre le più opportune, confermate, soprattutto, dalla “permanenza storica”.
Ed é proprio questa storia che ci ha consegnato una “macchina” per costruire velivoli che è stata pensata dall’Ing. Gianni Caproni oltre novant’anni fa.
Da buon tecnico, che si rende conto di dover combattere in continuazione con i soldi sempre mancanti, il “Presidente” dapprima occupa la “cascina Malpensa”, quindi passa ad acquisire un “hangar” del signor “pilota” Gherardo Baragiola, in località Vizzola Ticino.

La semplicità, la facilità di montaggio e l’adattabilità sono gli elementi di spicco sui quali si fondano le scelte edilizie:
• semplicità, poiché “se va male” ci si rimettono pochi soldi;
• facilità di montaggio, perché se gli aerei smontati sono un mucchio di rottami di legno e tela, montati sono ingombranti e difficili da far passare “dalle porte”, per cui gli edifici debbono essere “smontabili”;
• adattabilità, poiché se le cose dovessero andare secondo quanto suggerisce l’istinto, quelle “macchinette” da dodici metri ben presto saranno sostituite da aerei ben più impegnativi che non potranno, di certo, esser contenuti nel capanno Baragiola.
All’Ingegnere, nel complesso, è andata bene e le sue macchine volanti hanno presto evidenziato una grande fame di spazi.
Dopo aver consolidato la fama, l’azienda deve ripensare anche alle proprie installazioni fisse e, nuovamente, l’Ing. Gianni pone mano alla matita per impostare il nucleo produttivo di Vizzola.
L’impianto urbanistico dell’insediamento è di una chiarezza disarmante:
• dalla strada, che corre parallela alla valle del Ticino e che da Somma porta verso Lonate e Novara, si lasciano alcune fasce di rispetto, una opportuna linea di recinzione in bei manufatti a vista, per garantire la necessaria riservatezza;
• la vista del visitatore è poi bloccata dalla linea di fila delle prime infrastrutture edilizie che celano
• la seconda linea di fabbricati operativi, i quali si pongono come quinta di separazione dalla
• linea di volo e dalle piste.
Se questa è la successione sull’asse ovest- est, planimetricamente il progettista si è staccato completamente dai modelli produttivi lombardi per ottimizzare le proprie risorse e per lasciarsi aperte le possibilità di sviluppo futuro. Come noto, le installazioni manifatturiere della nostra zona sono caratterizzate dalla costruzione a blocco compatto, di amplissime dimensioni, caratterizzata da shed e con la possibilità di sviluppo solo sul lato corto nella parte retrostante il complesso.
Caproni studia, al contrario, un modello speciale di edilizia a “corte”: inventa un cortile/viale lungo il quale poter allineare le varie costruzioni. La tipologia urbanistica gli consente di fissare due assi di riferimento:
il primo parallelo alla pista di volo, il secondo che diviene l’asse di simmetria del complesso, perpendicolare al primo.
In tal maniera, la palazzina degli uffici costituisce il centro del complesso senza però essere collocata nel nucleo fisico dell’installazione.
A destra ed a sinistra della sua centrale operativa, Caproni insedia alcuni manufatti di servizio e di ausilio, colloca l’infermeria e gli spazi di deposito e di archivio, gli uffici studi e le zone di supporto logistico.


Di fronte alla piazzetta che contraddistingue la palazzina degli Uffici (unica ad essere elevata su due piani) si situa il primo nucleo di capannoni che accoglie i reparti produttivi.

Questi, con i loro “blocchi-servizi” posti verso il viale centrale, aprono gli spazi operativi verso la linea di volo che diviene, automaticamente e coerentemente, un enorme reparto di “lavorazione” sui generis.
Risultato della progettazione: la “ditta” può espandersi tranquillamente verso nord e verso sud sia come blocchi uffici e servizi sia come blocchi produttivi, avendo quali unici ostacoli i “confini” della proprietà.
Il solo asse maggiore è “concluso” con un’ala di costruzioni che determina la chiusura del viale centrale e che ha come centro ottico la “Cappella” dei caduti; a sud, il medesimo asse è aperto e sarebbe stato pronto per ulteriori sviluppi dell’azienda.
Anche dal punto di vista edilizio la famiglia Caproni mira all’essenziale:
abbandonato il primo hangar in legno, le nuove costruzioni sono pensate in laterizi non intonacati (sono della zona, sono facilmente reperibili, sono già “finiti” e non necessitano di ulteriori opere di completamento); le coperture, che debbono essere ampie per ovvie ragioni, sono realizzate ora con capriate in legno ora con capriate metalliche ma tutte hanno lo stesso passo, tutte hanno la medesima altezza, tutte hanno la medesima conformazione (il “modulo” è riproducibile, facilmente e rapidamente, e si adatta ed asseconda lo sviluppo dell’azienda).

La stessa linea delle palazzine di servizio, quelle poste tra la strada e gli edifici operativi, pur piegando l’architettura alle esigenze di “rappresentanza”, non tradisce la filosofia di ottimizzazione ed è possibile apprezzare, ancor oggi, il succedersi dei vari manufatti che sono stati impiegati come residenze speciali, come scuola e come, perché no, casini di caccia.
Il tutto, unito da un medesimo stile sobrio che si concede unicamente alcune decorazioni ad intonaco chiaro.
Ma anche i vari contorni delle finestre, i sottogronda degli edifici di rappresentanza, ecc., sono di una coerentissima sobrietà e (a ben pensarci) sono ampiamente giustificati da esigenze operative
riquadratura delle aperture, la necessità di porre in opera la “segnaletica”, ecc.).

 

Ed oggi? L’intuizione e le scelte operative dell’Ing. Gianni si stanno dimostrando ancora valide: Agusta, che anni fa ha rilevato la Caproni e che ha qui collocato il “Customer Service”, confermando la bontà dell’impianto, continua ad operare nelle originarie strutture mantenute in perfetta efficienza.

 

I 500 addetti attuali sono dislocati secondo gli stessi concetti che avevano guidato la prime realizzazioni. Unica differenza è nella localizzazione della “scuola” dove si addestrano piloti e specialisti la quale, oggi, occupa l’ala di fondo del viale centrale.
Le aquile imperiali sovrastano ancora, dalle loro colonne, l’unità operativa ed osservano, ben conservate, il continuo andirivieni di tecnici, impiegati e clienti provenienti da tutto il mondo, dando le spalle, un poco annoiate, alla Grande Malpensa dalla quale partono ed arrivano i nipoti dei “Ca.1” e “2”, certamente più sicuri ma, vuoi mettere, molto meno avventurosi e simpatici.
Un’ultima annotazione, per i progettisti “ultramoderni”: nel progettare le nuove zone produttive perché non si recupera un po’ di quel sano realismo dell’Ing. Gianni Caproni e dei suoi collaboratori?
I risultati estetici e funzionali non sono male, a ben vedere!

Pierluigi Zibetti

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