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Giugno 2000

 
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Uso e abuso dei referendum

Il mancato raggiungimento del quorum alla consultazione referendaria del 21 maggio scorso – un esito del resto facilmente prevedibile – speriamo possa servire finalmente come punto fermo da cui ripartire per un ripensamento e un uso del referendum che riporti questo istituto, importante, di democrazia diretta ad essere considerato come dovrebbe: uno strumento cioè prezioso e perciò eccezionale, al quale ricorrere soltanto per risolvere questioni che impegnano le coscienze e che, come tali, si collocano al di sopra della normale dialettica tra maggioranza e minoranza parlamentare.
Solo così il referendum, che oggi è mortificato, potrà rivivere. Che cosa ha contribuito ad allontanare gli elettori?
La prima spiegazione è che del referendum si è abusato. Troppi i quesiti, spesso su questioni la cui importanza sfugge ai più, con formule interrogative incomprensibili al comune cittadino. Ne è derivata, oltre che confusione, anche la percezione di estraneità rispetto alle questioni sottoposte al voto.
La seconda è che in diversi casi i cittadini si sono sentiti traditi. Hanno infatti espresso a volte delle scelte chiare votando a favore dell’abrogazione di disposizioni che, successivamente, sono state però surrettiziamente reintrodotte dal Parlamento. Così è stato per il sistema elettorale maggioritario, per il finanziamento pubblico ai partiti, per il ministero dell’agricoltura. E anche quando, come per il referendum abrogativo delle partecipazioni statali, è stato rispettato nella forma il voto degli elettori, nella sostanza si è verificato un trascinamento nel tempo dello status quo – vale a dire il ritardo con cui è stato ed è tuttora attuato il processo di privatizzazione delle imprese a capitale pubblico – tale da configurare, di per sé, una beffa.
La terza spiegazione sta nella contrapposizione politica che si accende in ogni campagna referendaria, con la conseguenza che il voto viene caricato di una valenza impropria e i comportamenti degli elettori strumentalizzati e sviati. Che cosa fare per riconciliare i cittadini con questo strumento di democrazia?
Come già dicevo prima, occorre limitarne il ricorso a questioni di importanza davvero rilevante per il Paese. Per far questo, non credo si possa fare ricorso a delle regole che estendano i casi di inammissibilità (oggi, la Costituzione non ammette il referendum soltanto per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia, e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattative intenzionali), perché si limiterebbero le potenzialità di un istituto di grande valenza democratica. Occorre, più che altro, buon senso nel farne uso.
Piuttosto, si potrebbe ampliare la soglia delle firme necessarie perché un referendum venga indetto. Una soglia più elevata dell’attuale (500.000 firme) renderebbe praticabile il referendum solo nei casi in cui una larga porzione della popolazione avvertisse l’importanza della posta in gioco e ne scoraggerebbe, per contro, un uso strumentale, per fini di congiuntura politica.
Dopo di che, una volta raccolte le firme necessarie e indetto il referendum, sarebbe il caso che la volontà dei cittadini che hanno votato si imponesse comunque, senza quindi lasciar prevalere l’astensione e premiare così chi mostra di non avere interesse alla questione. Niente più “quorum”, quindi.
Una riforma dell’istituto del referendum che lo sottragga ad un uso strumentale di scardinamento politico e che impegni di più la responsabilità degli elettori, sembra a questo punto essere la condizione per evitare, di fatto, la sua dismissione e, con quella, la necrosi di un pezzo di democrazia.

Antonio Colombo

 

 

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